8 giugno 2026, Giornata mondiale degli oceani – La vita sul Pianeta dipende in larga parte dagli oceani, ma molti italiani non conoscono alcuni fatti fondamentali che lo riguardano: quasi un quinto degli intervistati (22%) non sa che la superficie oceanica che ricopre la Terra è maggiore di quella emersa, mentre il 42% ignora che in alcuni punti l’oceano sia più profondo dell’altezza del Monte Everest. È quanto emerge da un sondaggio commissionato da Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione internazionale non profit responsabile di un programma di certificazione per la sostenibilità ambientale della pesca.
La ricerca, condotta dalla società Globescan su oltre 800 persone in Italia, ha analizzato il livello di conoscenza del pubblico sugli oceani e sulle principali sfide che li riguardano. E anche se il 75% degli intervistati sia cosciente del il fatto che la pesca eccessiva sia oggi più diffusa rispetto a 50 anni fa, il 39% ritiene erroneamente che le popolazioni ittiche non possano mai riprendersi dagli effetti della pesca eccessiva e un ulteriore 31% si dichiara incerto.
Il sondaggio evidenzia inoltre una forte preoccupazione per la salute degli oceani: il 91% degli intervistati afferma di essere preoccupato per lo stato del mare. Tra i temi percepiti come più critici figurano il cambiamento climatico, l’inquinamento e il declino delle popolazioni ittiche.
Approfondimento
- Il 22% degli intervistati non sa che gli oceani ricoprono una superficie maggiore della Terra emersa.Circa il 71% della superficie terrestre è coperto dall’acqua: si tratta di circa 362 milioni di chilometri quadrati su una superficie totale del Pianeta di circa 510 milioni di chilometri quadrati. Gli oceani contengono inoltre circa il 96,5% di tutta l’acqua presente sulla Terra. Fonte
Il 25% degli intervistati non sa che la pesca eccessiva è aumentata rispetto a 50 anni fa. Una popolazione ittica si definisce sovrasfruttata quando viene pescata oltre il proprio massimo rendimento sostenibile, lasciando in mare un numero insufficiente di esemplari in grado di riprodursi e mantenere una popolazione sana. Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (UN FAO), riportati nell’ultima edizione disponibile del rapporto State of World Fisheries and Aquaculture (SOFIA 2024), negli anni Settanta circa il 10% delle popolazioni ittiche mondiali monitorate era classificato come sovrasfruttato. Oggi la quota è salita al 37% delle popolazioni ittiche per cui sono disponibili dati. Fonti: 1, 2.Top of Form
Il 42% degli intervistati non sa che il punto più profondo dell’oceano supera l’altezza dell’Everest.
Nel 2020 i governi di Cina e Nepal hanno confermato ufficialmente l’altezza del Monte Everest: 8.848,86 metri. Il punto più profondo dell’oceano, il Challenger Deep, si trova all’estremità meridionale della Fossa delle Marianne, nell’Oceano Pacifico occidentale, e raggiunge una profondità di circa 10.935 metri. La profondità media degli oceani è invece di circa 3.682 metri. Fonti: 1, 2Il 27% degli intervistati non sa che l’inquinamento possa raggiungere anche le parti più profonde dell’oceano.Una ricerca scientifica pubblicata nel 2018, basata sull’analisi di oltre 5.000 immagini e video raccolti tra il 1983 e il 2018 da sommergibili e veicoli operati da remoto, ha documentato la presenza di rifiuti antropici anche negli ecosistemi marini più profondi. Tra i rifiuti osservati, oltre un terzo era costituito da macroplastiche, prevalentemente prodotti monouso. Nelle aree oltre i 6.000 metri di profondità, la quota di plastica risultava ancora più elevata. Il ritrovamento più profondo registrato è stato una busta di plastica individuata a 10.898 metri nella Fossa delle Marianne. Un ulteriore studio scientifico sul Calypso Deep, il punto più profondo del Mar Mediterraneo (5.122 metri), ha rilevato elevate concentrazioni di rifiuti antropici sul fondale, composti per l’88% da plastica. Fonti: 1, 2
Il 31% degli intervistati pensa che l’oceano sia troppo grande perché i pesci possano mai esaurirsi. Gli oceani ospitano una straordinaria biodiversità e rappresentano una risorsa essenziale per milioni di persone che dipendono dalla pesca per il proprio sostentamento e per l’approvvigionamento alimentare. Secondo il rapporto FAO SOFIA 2024, il 37,7% delle popolazioni ittiche marine monitorate è sfruttato oltre livelli biologicamente sostenibili. Inoltre, secondo il Living Blue Planet Report 2024 del WWF, le popolazioni marine monitorate si sono ridotte in media del 49% tra il 1970 e il 2012. Tra i principali fattori che contribuiscono a questo declino figurano la pesca eccessiva, la pesca illegale e distruttiva e il cambiamento climatico. Fonti: 1, 2
Il 45% degli intervistati non sa che la provenienza locale di un pesce non ne garantisce automaticamente la sostenibilità.
La provenienza locale di un prodotto ittico non costituisce di per sé una garanzia di sostenibilità. Un pesce pescato localmente può infatti provenire da una popolazione ittica sovrasfruttata – ad esempio, il 52% delle popolazioni ittiche nel Mediterraneo sono sovrasfruttate.
La sostenibilità della pesca dipende da molteplici fattori, tra cui lo stato della popolazione ittica, l’impatto sull’ecosistema marino e la gestione delle attività di pesca. Per questo motivo lo Standard MSC per la pesca sostenibile si basa su un approccio multidimensionale ed è composto da 28 criteri che valutano la salute degli stock ittici, gli impatti ambientali e l’efficacia della gestione della pesca. Fonte: 1, 2il 70% degli intervistati non sa che una popolazione ittica sovrasfruttata può recuperare e tornare a livelli sani di abbondanza. Nel 2020 un gruppo di scienziati guidato dal professor Carlos M. Duarte della King Abdullah University of Science and Technology ha concluso che popolazioni marine, habitat ed ecosistemi possono recuperare significativamente entro pochi decenni, a condizione che vengano adottate misure efficaci contro cambiamento climatico, pesca eccessiva e inquinamento. Anche il report MSC Fishing for the Future presenta esempi di popolazioni ittiche che si sono riprese grazie a sistemi di gestione della pesca basati su evidenze scientifiche.
Tra questi figura il tonno rosso dell’Atlantico orientale e del Mediterraneo, che alla fine del XX secolo era vicino al collasso, ma che ha mostrato segnali di recupero grazie a un piano internazionale di ricostituzione e a misure di gestione più rigorose. Anche il nasello della Cornovaglia, fortemente sovrasfruttato negli anni Novanta, ha beneficiato di interventi di gestione sostenibile, inclusa l’introduzione di reti con maglie più grandi che ha contribuito al recupero della popolazione ittica. Fonte: 1, 2